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Mohamed 2: "Il percorso interiore"


di Membro VIP di Annunci69.it LauraPullaTrav
23.01.2026    |    1.372    |    1 8.3
"Non una decisione improvvisa, ma un consenso lento, che nasce dal corpo e arriva alla testa con calma..."
“Tu ora sei mia donna”. Posa la fronte sul mio petto e resta lì, immobile, come se quella frase avesse chiuso una porta e ne avesse aperta un’altra, più interna, che non sapeva di avere. Il suo respiro è caldo, lento, e io sento il peso del suo corpo senza che mi schiacci: è una presenza che chiede permesso. Non rispondo subito. In quel silenzio sento quello che è successo più di quanto l’abbia sentito mentre accadeva. Non è vergogna, non è trionfo. È qualcosa di più sottile, una resa dolce, quasi necessaria.
Mi accorgo che ciò che cerco non è davvero il corpo dell’altro, ma l’istante in cui smetto di difendermi. Il momento preciso in cui faccio cadere le posture, le spiegazioni, le frasi giuste. In quei minuti non ho dovuto essere coerente, né forte, né riconoscibile. Ho solo permesso a qualcuno di guardarmi da vicino, senza chiedermi niente. E quella nudità — non del corpo, ma dell’intenzione — mi ha attraversata come un brivido lento.
Si riveste in silenzio. I gesti sono semplici, quasi rituali. L’aria cambia consistenza, come dopo un temporale estivo: più leggera, ma carica di qualcosa che resta sospeso. Non c’è imbarazzo, solo una distanza che torna a disegnarsi piano, come se fosse sempre stata lì, paziente. Prima di uscire mi guarda ancora una volta. Non c’è possesso in quello sguardo, né promessa. È uno sguardo pulito, sorprendentemente gentile. Poi se ne va.
Resto sola in casa. Riordino senza fretta, apro le finestre, lascio scorrere l’acqua. Tutto torna al suo posto, tranne me. E capisco che questa non è una storia da raccontare per provocare, ma da confessare sottovoce, perché parla di una fame che non ha nome e di un’identità che, ogni tanto, ha bisogno di incrinarsi per respirare.
Non so se lo rivedrò (ci siamo scambiati il numero). So però che quel giorno, davanti al cancello, non si è rotto solo un sacchetto della spesa. Alcune crepe arrivano così, senza chiedere il permesso. E non chiedono di essere riparate subito. Chiedono solo di essere riconosciute.
Qualche giorno dopo lo rivedo. Non per caso, non davvero. È come se quella crepa avesse deciso lei il passo successivo. Mi dice dove vive, poco lontano, un appartamento condiviso, niente di speciale. Salgo le scale con una sensazione morbida addosso: non attesa, non paura, ma una curiosità calma, quasi intima, come quando entri in una stanza che non è tua eppure ti somiglia.
Mi apre la porta e dentro ci sono gli altri. I suoi coinquilini. Uomini della sua età, stessi anni impressi nei corpi, stessi segni lasciati dal lavoro e dal tempo. Mi guardano senza sorpresa. Capisco subito che sanno. Non perché lui abbia spiegato, ma perché certe cose si raccontano da sole. Non c’è giudizio nei loro occhi, nessuna ironia, nessuna distanza. Solo una naturalezza disarmante, quasi complice.
All’inizio parliamo poco. Beviamo tè, poi qualcosa di più forte. Le parole arrivano a ondate, si fermano, riprendono. I silenzi non pesano, scaldano. Mohamed, a un certo punto, dice una frase semplice, come se fosse ovvia: ha raccontato di me. Di quello che è successo. Non come una conquista, ma come un incontro. Gli altri annuiscono. Uno sorride appena. Un altro dice che capisce. Un altro ancora, senza imbarazzo, confessa che gli piacerebbe sentire la stessa cosa: non il gesto, ma quella sospensione, quel punto esatto in cui smetti di essere definito.
È lì che qualcosa si scioglie in me. Non una decisione improvvisa, ma un consenso lento, che nasce dal corpo e arriva alla testa con calma. Capisco che non sono entrata in quella casa per essere scelta, né per scegliere. Sono lì perché, per una volta, nessuno mi chiede di definirmi. E io smetto di farlo.
Mi avvicino. Mi lascio andare a quella presenza collettiva che non stringe, ma contiene. I loro sguardi non mi spogliano: mi riconoscono. È come se, senza dirlo, avessimo capito tutti la stessa cosa. Che quella sera io potevo essere cura, presenza, calore condiviso. Non per sostituire qualcuno, ma per colmare una mancanza che non ha colpa.
Non racconterò cosa succede dopo. Non serve. Basta dire che mi concedo. Che smetto di trattenermi. Che accetto di restare. In quel gesto silenzioso sento nascere un’appartenenza nuova, non fatta di catene ma di accordo. Una consapevolezza che mi attraversa lenta: da quel momento non sono più solo mia, e non mi pesa. È una scelta. Una resa consapevole. Una verità che non ha bisogno di essere spiegata.
Non so quanto durerà. So solo che quella sera non aggiungo una storia alla mia vita. Aggiungo uno spazio. Un luogo interiore dove non c’è colpa, né etichetta, né fretta di tornare “a posto”. Solo il riconoscimento che, a volte, offrirsi è il modo più onesto di restare fedeli a sé stessi.
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